Massimiliano Allegri, oggi allenatore del Napoli, entra nel racconto di Galeone nello show RaiPlay dedicato al maestro. Come riporta AreaNapoli.it, l’intervista rilancia la figura di Giovanni Galeone non solo come mentore tattico ma come presente vivo nella memoria professionale dell’allenatore azzurro.
“Galeone mi lascia molto. Era un uomo molto colto, intelligente, ironico e anche scanzonato, la forza che mi deve accompagnare finché allenerò. Da lui ho preso molto e, soprattutto, ho preso il fatto che ciò che faceva, lo faceva seriamente. Credo che sia stato un precursore di concetti e di principi che in questo momento mancano al calcio.” Così Allegri sintetizza l’impatto del suo maestro, capace di modellare la sua visione del gioco fin dai tempi da calciatore e di esigerne la stessa serietà anche quando si trattava di insegnare.
Una delle peculiarità più curiose che Allegri ricorda riguarda una scelta tattica del maestro: non mettere mai in formazione il portiere. “Lui non metteva mai in formazione il portiere, è una cosa che mi sono portato dietro da allenatore: io non lo metto mai.” Una frase diventata quasi una firma personale per l’allenatore, reinterpretata però in chiave di filosofia di lavoro: la libertà di lettura del gioco, ma anche l’esigenza di rimanere sempre vigili sul resto della linea difensiva, senza mai dare nulla per scontato.
Il racconto di Galeone, però, va oltre la singola curiosità: era un uomo “scazzato” nel senso di duro nel vivere le partite e le sessioni, ma capace anche di lasciare spazio a un atteggiamento sereno, una lettura del calcio che mescolava severità e profondità. “Galeone era molto scazzato, aveva questo modo di vivere in cui faceva tutto seriamente, ma si prendeva poco sul serio. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, ha tirato fuori il meglio di me. Era meravigliosamente bravo nell’esprimere concetti sui singoli giocatori, sia in fase difensiva che in quella offensiva”, ricorda Allegri, offrendo al racconto una chiave di lettura sull’influenza del maestro.
Il professor Galeone, come lo descrive Allegri, non è solo un fornitore di schemi: è stato decisivo per la formazione della sua identità offensiva e difensiva. La tappa di Pescara emerge come momento cruciale di crescita: “Pescara? Ci sono capitato per caso, con Massara che mi aveva inserito come pacchetto ‘all inclusive’. Ha tirato il meglio da me come calciatore, ma soprattutto da allenatore: da lui ho imparato molto. Da lui ho imparato la fase offensiva, ma anche l’importanza della fase difensiva. Mi diceva: ‘Non bisogna prendere gol’. Lui era bravo in tutto. Sapeva distinguere i difensori veramente bravi.” Le parole di Allegri restano una finestra sull’unità di valori che Galeone ha instillato, una metodologia che ha accompagnato la sua evoluzione professionale.
Non mancano momenti di ancoraggio umano, ancorati a episodi concreti dell’epoca. L’ultima visita di Allegri al maestro risale al periodo in cui guidava il Milan: “L’ultima volta che ho visto il mister è stato quando abbiamo giocato a Udine col Milan. Sono stato tutta la mattinata con lui in ospedale. Era stanco. Avevo la speranza di poterlo rivedere, ma purtroppo immaginavo che sarebbe stato molto difficile.” Un ricordo che mette in luce la dimensione umana di un rapporto che ha influito sulla formazione di un tecnico capace di costruire la propria identità su principi condivisi e su una lettura profonda del gioco.
Il ritratto di Galeone che emerge da questa testimonianza è quello di un maestro completo: insegnamenti pratici, lettura dei giocatori, rigore metodico e una presenza che resta nei metodi di Allegri anche lontano dall’objets d’epoca. Se l’orizzonte è Napoli, la lezione resta valida ovunque: la fiducia in un calcio interpretato con serietà, ma senza prendersi troppo sul serio, e la convinzione che una buona idea possa restare viva molto tempo dopo la finalità immediata di una partita.
