Nel giorno del compleanno di Diego Armando Maradona, Gennaro Montuori, storico leader della curva del Napoli, ha riscoperto l’epoca d’oro del club e il profondo legame con il Pibe de Oro, una reminiscenza sintetizzata dall’elaborazione della redazione di AreaNapoli.it.

Montuori, emozionato ma lucido, ha messo al centro non solo la grandezza sportiva di Maradona ma anche la sua dimensione umana. «Io sono uno che non ha mai avuto problemi a parlare, ma oggi mi rendo conto che diventa sempre più difficile. Saranno gli anni, quando il tempo passa ti emozioni ancora di più. È stata una favola immensa. L’ho vissuto più di chiunque altro. I suoi genitori li chiamavo papà e mamma: persone d’un’umiltà, di una bontà e di un amore verso Diego che è difficile persino raccontare», ha confidato, restando impresso nel ricordo collettivo dei tifosi. Una pagina di Napoli che resta viva, alimentata da gesti di umanità che hanno segnato la relazione tra Maradona e chi lo seguiva fin nelle origini delle curve.

Ma la figura di Diego, per Montuori, va oltre i numeri: «Diego è stato il più grande calciatore di tutti i tempi, ma chi non lo conosce non sa che era ancora più grande come uomo. Non si tirava mai indietro quando vedeva le persone in difficoltà, con i bambini poveri, con tutti. Ho realizzato venti bandieroni da record, fatto 108 trasferte, centinaia di scenografie…». Un triplo aspetto che testimonia quanto la pulsione ultras possa intrecciarsi con la figura pubblica di un calciatore capace di trasformare episodi di quotidianità in momenti collettivi celebrati per anni.

Infine, Montuori ha ricordato l’afflato di appartenenza che nasceva dall’aggregazione tra tifosi: «Da ultrà eravamo tutti amici». E ha aggiunto: «Io ci andavo sempre con amicizia: “Guagliù, facciamo il tifo, il Napoli ha bisogno, abbracciamoci”. Diventavamo una sola famiglia. Una mia frase racchiude tutto: insieme abbracciati non si può mai perdere». Le parole raccontano una cultura della tifoseria che non si esaurisce nel match, ma resta come un patrimonio identitario capace di tenere viva la memoria di Maradona anche a distanza di anni dalla sua scomparsa.

La testimonianza di Montuori restituisce una lettura privilegiata sull’eredità di Maradona nel tessuto napoletano: non solo una leggenda sportiva, ma un catalizzatore di emozioni, gesti solidali e rapporti umani solidi tra chi ha vissuto quel ciclo d’oro in prima linea. E se il mondo del calcio continua a discutere di tattiche, statistiche e rinnovi di contratto, per molti tifosi di Napoli l’immagine di Maradona resta associata a una stagione in cui il club sembrava trasformarsi in una famiglia allargata, pronta a proteggere i propri miti e a ricordarli con affetto in ogni occasione.

In fondo, l’eco di quel legame, raccontata da una voce storica della curva, ribadisce una verità non scritta sui grandi del pallone: non è solo chi segna, ma chi resta al fianco della squadra a costruire memoria e senso di comunità. E nella memoria degli azzurri, quella giornata di compleanno restituisce la sensazione di un tempo in cui Napoli e Maradona erano una sola cosa, viva ogni volta che si alza il coro, si sventola una bandiera e si guarda avanti sapendo che il passato resta una guida.