La sfida sul tavolo oggi non è solo quella di costruire uno stadio di proprietà: è una questione di modello economico, di priorità sportiva e di come la città di Napoli possa valorizzare un asset che va ben oltre le poltrone di un impianto. Fabrizio Vettosi, economista specializzato in finanza applicata al calcio e per anni consulente del club, propone una chiave di lettura diversa rispetto al refrain dei giorni nostri: lo stadio non è automaticamente la bacchetta magica per la competitività, e la strada potrebbe essere meno lineare di quanto si pensi.
Lo sguardo di Vettosi arriva direttamente ai microfoni di Radio Marte, nel corso di Forza Napoli Sempre, e mette in discussione una narrativa diffusa: la proprietà dello stadio, da sola, non garantisce necessariamente crescita economica o rinforzi sportivi più solidi. “Dal 1997, quando rappresentavo il Napoli in Assemblea di Lega e mi scontrai con Rossella Sensi, dico che non vanno mitizzati i ‘Messia’ che vengono dagli Stati Uniti ad offrire soldi, anche perché più spesso vengono da Casoria”, dice l’ex consulente, provocando una riflessione sul rischio di affidarsi troppo a facili soluzioni finanziarie provenienti dall’esterno. Una frizione tra desiderio di autonomia e realtà dei conti, che viene richiamata come cornice di una discussione molto più ampia di un atto di inaugurazione.
Nella sua lettura, lo stadio “alla napoletana” non va vissuto come un’icona da sbandierare, ma come un pezzo di un sistema in equilibrio tra costo, utilità e occasioni alternative di intrattenimento. “Lo stadio, per come consumiamo noi l’evento calcistico, con tutta la competizione di alternative ludiche, ha meno importanza di quanto dice qualcuno. Sky Box al Maradona? Non sono tanti, ma vanno bene per la città di Napoli. Quelli di San Siro costano 150 mila euro”, è un passaggio che richiama una gestione del pubblico non fissa sull’infrastruttura ma aperta alle esigenze di mercato e di ricavi accessori. È una visione che sposta l’ago della bilancia dalla sola costruzione fisica a una gestione ibrida tra impianto, esperienza e valore percepito.
Un altro tassello arriva da un aneddoto citato da Vettosi per spiegare come l’economia di stadi possa variare sensibilmente a seconda del contesto: “Per spiegarvi, vi riporto ciò che mi disse una volta il Direttore Generale del Borussia Dortmund: Dortmund è adeguatamente brutta per viverla in uno stadio, mentre Napoli è troppo bella per viverla in un impianto di calcio. Per certi versi, lo è anche Milano.” Una frase che, al di là della sensazione estemporanea, invita a ragionare sull’effetto ambientale e culturale di un impianto e su come questo possa influire sui costi e sui ritorni, non sempre linearmente.
Va tutt’altro che sottovalutato l’aspetto economico: l’economista ricorda che l’impatto dello stadio sul bilancio non è una garanzia di redditività. “La Juventus, con lo stadio, non ci guadagna. Non è una certezza. Porta 100 milioni di ricavo, ma quanti costi? Aumenta il fatturato, ma non la redditività”, afferma, mettendo in luce una verità spesso curva e poco intuibile: un impianto di proprietà può ampliare le entrate ma non tradursi automaticamente in profitto netto. In questa cornice, De Laurentiis appare come un manager orientato a un equilibrio tra spesa e opportunità, considerato lo stadio non tanto come infrastruttura da investire, quanto come strumento operativo per l’utilizzo quotidiano della scena calcistica.
Sul fronte scenico e potenziale mercato, l’ex consulente non nasconde una realtà pragmatica: l’amministrazione del club ha sondato partner e potenziali sponsor per dare forma a progetti di stadio o a strutture annesse. “De Laurentiis ha la forza per costruire queste strutture da solo? Il patron è ben cosciente di cosa comporta realizzare un nuovo stadio. Ha anche la percezione che non lo farebbe da solo: ha la certezza di avere dei partner, e non solo privati, anche investitori che possono avere interesse in parte dello stadio e in strutture ancillari.” Rimane però chiaro che l’orizzonte non è una corsa solitaria: servono interlocutori pubblici e privati, e l’intera operazione richiede una formula che vada oltre la singola cifra di un finanziamento, magari intorno a investimenti complessi ma non immediatamente garantiti.
La discussione, insomma, non è riducibile a una bandiera o a una data di inaugurazione. È una riflessione su come Napoli possa mettere in campo un progetto sostenibile, capace di offrire una crescita reale senza cedere al richiamo di scorciatoie finanziarie. E se la domanda resta: lo stadio di proprietà è la chiave? La risposta, per ora, è meno scontata di quanto appare in superficie: serve una strategia che integri infrastruttura, brand e contesto urbano, con la consapevolezza che la vittoria sul prato non si gioca solo in campo, ma anche tra conti, partner e possibilità di sviluppo. Secondo quanto riportato da AreaNapoli.it, il tema resta vivo, complesso e al centro della discussione tra chi immagina il futuro azzurro come un capitolo di crescita economica parallela allo sviluppo sportivo.
