Fabio Cannavaro, ex difensore e capitano della nazionale campione del mondo nel 2006, oggi ct dell’Uzbekistan, ha parlato a Sky Calcio Unplugged: sogna l’Italia e riflette sul presente del calcio italiano, come riporta AreaNapoli.it.

Il suo equilibrio tra passato glorioso e presente da allenatore resta centrato su un obiettivo chiaro. «Il mio sogno è allenare in Italia e allenare la Nazionale. Lavoro per questo, non per girare il mondo e andare in Asia: voglio lavorare tanto per arrivare a obiettivi importanti. Dopo dodici anni qualche esperienza l’ho fatta: oggi il calcio non è solo Europa e lo abbiamo visto nell’ultimo Mondiale, sta crescendo in tutto il mondo. Ho salvato l’Udinese. Il 99% delle volte ti confermano, con me invece è stata fatta una scelta diversa e l’ho accettata. Non mi è stata motivata. Io continuo a fare esperienze e lavorare bene: se arriva un’opportunità importante darò il massimo»».

La riflessione di Cannavaro non si ferma all’individuale: apre una finestra sul senso della scuola italiana di calcio. «Abbiamo perso i nostri principi» ha detto, per sottolineare una frattura tra una volta e oggi. «Una volta si preferiva un difensore concentrato rispetto a uno bravo perché la concentrazione è tutto. La scuola italiana ha perso dei principi che noi avevamo e che nei momenti di difficoltà servono per salvare le partite. Nel calcio chi sbaglia meno vince».

Poi arriva una lettura su due campioni e due carriere simbolo del calcio nazionale. «La mancanza di continuità è il problema della Juventus degli ultimi anni. Quanti tecnici e direttori sono cambiati? E’ complicato, ma bisogna lasciar lavorare le persone senza fare piazza pulita alla prima difficoltà. Il Napoli? Noi allenatori dipendiamo all’80% dai calciatori».

L’intervista traccia una linea che lega passato e presente: Cannavaro non ha rinnegato la sua identità di ex capitano della squadra che ha conquistato la gloria iridata, ma mette in guardia su un sistema che sembra frenare la crescita se non si condivide una visione duratura. L’Uzbekistan resta la sua avventura attuale, ma il sogno resta quello di guidare l’Italia: un obiettivo dichiarato con la serenità di chi ha vissuto e capito che la continuità è una risorsa superiore a qualsiasi cambiamento improvviso.

In chiave tecnica, l’analisi di Cannavaro contiene una chiave di lettura utile anche ai club italiani. La sua critica ai principi e al modo di gestire il lavoro sul breve periodo offre una prospettiva su cosa potrebbe servire al calcio di casa nostra per ritrovare una coesione tattica e identitaria. Il riferimento ai difensori “concentrati” richiama una linea difensiva che, oltre alle doti tecniche, chiede lettura di gioco, disciplina e leadership nel reparto. Inoltre, la sua osservazione sulla necessità di mantenere la fiducia nelle persone in panni tecnici e dirigenziali si ricollega a una realtà dove cambi continui non hanno portato certezze ma spesso incertezza.

Se la possibilità di vederlo sulla panchina azzurra resta una suggestione, la sua esperienza internazionale e la sua lettura del panorama nazionale hanno comunque un peso: Cannavaro si presenta come profilo che incrocia cultura tattica italiana e respiro globale, con l’umiltà di chi ha ammirato e imparato dall’ampiezza del calcio mondiale. Nel dialogo resta forte la convinzione che, per tornare competitivi, serva una narrazione condivisa: una squadra, un progetto, una guida stabile, una scuola di principi che non si comprano in un mercato di passi frettolosi.

Con la stagione in corso e la nazionale che aspetta una guida definita, le parole di Cannavaro tornano utili come specchio di una verità semplice e spesso dimenticata: chi lavora con costanza, mantiene una linea, e lascia lavorare le persone, ha più probabilità di trasformare le difficoltà in crescita. Cannavaro resta una voce autorevole, con la sua storia alle spalle e la possibilità di una futura chiamata che, per il bene del movimento italiano, non può essere archiviata senza una riflessione profonda sul come e sul perché si lavora nel calcio oggi.