Un lutto per il calcio napoletano: Gianpietro Marchetti è morto ieri all’età di 78 anni. Secondo AreaNapoli.it, l’ex giocatore di Juventus e Atalanta fu anche direttore sportivo del Napoli nel 2002, in una fase cruciale della storia del club.
Cresciuto calcisticamente nell’Atalanta, Marchetti si impose come difensore e mediano di grande duttilità e affidabilità. Il momento più alto della carriera da giocatore arrivò con la Juventus, dove tra il 1969 e il 1974 collezionò 102 presenze in Serie A e vinse due scudetti consecutivi nelle stagioni 1971-1972 e 1972-1973. Le sue prestazioni a livello di club furono coronate da una chiamata in Nazionale maggiore, con cinque presenze, testimonianza della considerazione che aveva maturato a livello italiano.
Dopo l’addio al calcio giocato, Marchetti intraprese una carriera di dirigente che lo vide protagonista in diverse realtà, tra cui Triestina e Piacenza. Nel luglio 2002, durante la gestione di Salvatore Naldi, fu scelto come direttore sportivo del Napoli per guidare la ricostruzione tecnica del club in Serie B, poco prima del fallimento della società. L’esperienza fu breve: a metà dicembre si è dimesso, e al suo posto arrivò Perinetti, in una stagione segnata da tensioni interne e riflessioni sul futuro tecnico e sulle dinamiche di mercato.
La figura di Marchetti emerge dunque attraverso due filoni coordinati ma distinti: da una parte la solidità del calciatore, capace di adattarsi a ruoli diversi e di contribuire con continuità ai successi di una Juventus che stava vivendo momenti importanti; dall’altra la responsabilità di chi ha provato a ricostruire una macchina dirigenziale in un Napoli alle prese con una stagione complessa e con problemi di fondo che hanno accompagnato la squadra verso il futuro incerto. In ambito tecnico, la sua scelta di intervenire in una fase di rifondazione non ha potuto consolidarsi a lungo, ma resta una tappa significativa della storia recente del club.
La scomparsa di Marchetti richiama una pagina di Napoli in cui la passione dei tifosi ha sempre intrecciato sapienza tattica e ricordi di scena complicati, con la speranza di una gestione sportiva capace di offrire stabilità. La sua lunga carriera, alternando numeri di campo a responsabilità di sistema, rappresenta una figura di riferimento per chi ha seguito le vicende del calcio italiano degli anni ’70 e ’80, ma anche le fasi difficili della Napoli degli anni 2000.
In chiusura, Marchetti lascia l’eco di un giocatore-Jolly, capace di ricoprire ruoli diversi senza perdere autorevolezza, e la traccia di un periodo in cui il Napoli tentò di riscrivere la sua strada tra talenti, management e sfide economiche. Per chi segue il club, la memoria di Marchetti resta legata a un’epoca in cui l’identità sportiva si misurava anche nel coraggio delle scelte tecniche.
