La foto di Careca e Alemão sorridenti a Castel di Sangro, seduti forse accanto a Re Aurelio I, fa il giro dei feed e scatena l’ovvio coro di nostalgia. È legittimo rivedere i propri eroi: sono parte dell’identità del club e delle emozioni di intere generazioni. Ma qui non si tratta soltanto di memoria collettiva: quando la dirigenza trasforma la storia in evento pubblico, occorre chiedersi se dietro il siparietto ci sia un progetto concreto o solo una trovata di comunicazione per coprire incertezze tecniche e risultati altalenanti. La cena è bella, l’istantanea fa emozionare, ma non segna la crescita di un settore giovanile, non risolve scelte di mercato discutibili e non cambia la gestione quotidiana della squadra.
La leggenda come pelliccia d’oca, la gestione come riflesso
Careca e Alemão restano figure forti nella storia del Napoli, ma trasformare il passato in un brand permanente rischia di svuotare il presente di responsabilità. La critica non è ai giocatori celebrati, ma a chi li usa come scenografia per comunicati e cene di rappresentanza. Un club che ambisce a stabilità europea deve avere scelte sportive coerenti, investimenti chiari nelle infrastrutture e una strategia di mercato che non si limiti al colpo mediatico. Quando le conferenze stampa e le foto con le glorie sostituiscono piani quinquennali, il tifoso resta con la sensazione che la priorità sia l’immagine e non il campo.
I conti con la realtà arrivano presto: stagione in corso, aspettative alte, avversarie che non dormono. I tifosi pagano abbonamenti, si sobbarcano trasferte e sperano che anche chi ha il compito di decidere pensi oltre la festa. Se il valore storico del Napoli è un patrimonio, la sua tutela non può ridursi a rituali celebrativi; serve trasparenza sulle scelte sportive, un racconto che unisca passato e futuro senza sostituire il secondo con una replica del primo. E no, non è un attacco personale a chi invita i campioni: è l’esasperazione di chi vuole vedere coerenza tra parole e fatti.
Il punto è semplice e sgradevole: la nostalgia è confortante, ma non paga gli stipendi, non aggiusta un modulo inconcludente e non costruisce una primavera di successi. Reazioni emotive e apparizioni pubbliche vanno bene, purché accompagnate da responsabilità vere: programmi per il vivaio, chiarezza sul mercato, comunicazione che non sia solo vetrina. Se il Napoli vuole davvero essere all’altezza del suo passato, servono meno scenografie e più decisioni difficili. E se questo significa ricordare ai vertici che la storia va onorata anche con risultati, allora la prossima cena potrebbe trasformarsi in un’assemblea di lavoro, non in un set fotografico.