Home Calcio Euro 2032: 13 città sfilano il palco, ma…
Calcio

Euro 2032: 13 città sfilano il palco, ma la festa rischia di pagarla il pubblico e i soliti tirchi

La candidatura italiana per Euro 2032 mette in fila 13 città e 16 stadi, ma dietro l’orgia di bandiere e brochure si nasconde sempre la solita contraddizione: si promettono eredità e investimenti mentre chi comanda nel calcio spesso risparmia e passa il conto ai cittadini.

Di Enzo Villa3 Agosto 2026 - 12:5613 minuti fa 3 min di lettura
Euro 2032: 13 città sfilano il palco, ma la festa rischia di pagarla il pubblico e i soliti tirchi

L’annuncio della FIGC che candida l’Italia a ospitare Euro 2032 con 13 città e 16 stadi — Bari, Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Salerno, Torino, Verona e Trieste — suona come un invito a festa nazionale. Giusto: il calcio resta una lingua che parlano milioni di italiani. Ma non possiamo limitarci a sventolare il tricolore e le bellezze turistiche quando la domanda vera è un’altra: chi mette i soldi, chi sopporta i lavori, chi paga i biglietti e le tasse? La retorica dell’evento-miracolo è sempre la stessa: porta turismo, migliora la città, lascia un’eredità. Peccato che quelle eredità, nella pratica, spesso si traducono in costi pubblici, opere incompiute e stadi spenti dopo la vetrina.

Pubblicità

La competizione per convincere la UEFA non riguarda solo l’estetica degli impianti, ma la credibilità di chi presenta i progetti. Da decenni vediamo candidature spettacolari seguite da bilanci enigmatici, cantieri che si allungano e promesse di sostenibilità trasformate in esercizi di pubbliche relazioni. Non si tratta di essere contrari per principio agli investimenti nello sport: la domanda è come e a chi servono. Se l’obiettivo è solo il logo sulla copertina di un dossier, i cittadini avranno pagato il conto per un’immagine. Se invece davvero si costruisce infrastruttura utile per decenni, allora vale la pena. Ma con quale garanzia?

È qui che la discussione diventa più scomoda. Nel calcio moderno gran parte delle risorse passa per tasche private che spesso fanno le bizze al momento del rilancio vero. Il caso di Calcio Napoli non è irrilevante: il club gode dei frutti sportivi e dell’entusiasmo della piazza, ma la tendenza di alcuni proprietari a contenere la spesa è evidente. Re Aurelio I è diventato simbolo di una gestione che bada al conto prima che al progetto: utile per il bilancio oggi, frustrante per i tifosi che vorrebbero investimenti concreti nello stadio e nella squadra. È legittimo che un proprietario difenda il patrimonio, ma è legittimo anche che chi paga biglietti, abbonamenti e trasferte chieda conto di questo equilibrio asimmetrico tra profitti privati e sacrifici pubblici.

Stadi, città e responsabilità: chi resta dopo la festa?

Se la candidatura italiana vuole essere seria deve rispondere a domande scomode: quali opere rimarranno utili alle comunità? Chi controllerà i costi reali e le ricadute sociali? Le città candidate dovrebbero cavarsela con progetti che non lascino la proverbiale eredità problematica dei grandi eventi. I tifosi non sono semplici clienti da sfruttare per una settimana di gloria, sono residenti che pagano tasse, pagano trasporti e aspettano servizi. Un vero progetto sostenibile non si limita a promettere sicurezza e inclusione sulla carta: le dimostra con piani realizzabili e con risparmio di sprechi. Altrimenti l’Euro si trasforma in un cartellone pubblicitario per chi vende pacchetti e non per chi vive lo stadio ogni domenica.

La candidatura è lanciata, la lista è bella e lunga: ora la FIGC deve dimostrare di saper tradurre l’entusiasmo in responsabilità concreta. Altrimenti resteremo con le solite immagini patinate e con i soliti conti sulle spalle di famiglie e contribuenti, mentre chi decide applaude dalla tribuna. A chi serve davvero questo torneo: alle città e ai cittadini o a chi preferisce tenere i cordoni della borsa stretti anche quando si parla di futuro del calcio?

Pubblicità