Il 5 agosto è arrivato e il mercato del Napoli è ancora un cantiere senza bandiere: nessun annuncio ufficiale e un clima che somiglia più alla strategia del rinvio che a una programmazione seria. Non dimentichiamo che la società ha appena sborsato circa 60 milioni per il riscatto di Alisson e Hojlund, spesa importante che però non è servita a calmare l’ansia della piazza: perché comprare con una mano e rimandare gli altri rinforzi con l’altra? La competizione in Italia non dorme, e nemmeno avversari come Juventus, Inter e Milan aspettano cortesie.
La solita tattica del ritardo: scelta o difetto?
Non è un mistero che il Napoli si muova spesso con i tempi lunghi: lo scorso anno il primo colpo ufficiale arrivò il 7 agosto, un dettaglio che oggi suona come una scusa pronta. I rapporti di stampa evidenziano questa tendenza; la domanda è politica, non tecnica: è una strategia voluta dalla dirigenza o il risultato di indecisione e parsimonia? Qui si affaccia il nome che non si può ignorare: Re Aurelio I. Criticare la priorità data al bilancio è legittimo. Sospendere i rinforzi fino all’ultimo giorno può andar bene per chi fa profitti, ma per chi compra biglietti, paga abbonamenti e segue la squadra in trasferta è una beffa.
I tifosi non chiedono follie, chiedono rispetto del progetto sportivo. Il calcio moderno ha trasformato la passione in consumo: paghi per un’emozione e ricevi promesse rimandate. Nel frattempo la rosa rimane incompleta, i meccanismi di gioco rischiano di non essere oliati e l’allenatore si trova a improvvisare soluzioni che avrebbero dovuto essere testate in ritiro. È il tipico caso in cui il marketing può sembrare più veloce delle scelte tecniche: scapoli e poi sposi, annunci a fasi alterne, e la sensazione che la tutela del bilancio conti più del successo sportivo.
Per i tifosi, il punto è semplice: vogliamo giocatori pronti a lottare da subito, non comunicati last minute o spiegazioni burocratiche. Se la strategia è nascondere la pigrizia dietro l’arte del negoziato, allora bisogna dirlo chiaro: non va bene. Il Napoli non è un conto in banca, è una comunità di persone che investe tempo e risorse. Re Aurelio I e la dirigenza devono scegliere se continuare a gestire il club come un portafoglio o come un bene collettivo. E se la scelta è la prima, che almeno abbiano il coraggio di dirlo apertamente ai tifosi prima che inizi il campionato.