giovedì, Gennaio 8, 2026

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Baggio: ”Fuggito da un match di giovanotti, scena brutale”

L’ex mago italiano si è espresso alla Gazzetta dello Sport: “Un tempo ti insegnavano l’umiltà, a giocare per il bene degli altri, per la squadra”.

In occasione della campagna “Tutti i campo” di Roberto Baggio quale testimonial, La Gazzetta dello Sport è andata a consultarla. L’ex giocatore ha condiviso alcune dichiarazioni. Roberto, qual è il suo primo ricordo da bambino sul campo di Caldogno? “Le sfide interminabili con i miei compagni di scuola, i parenti, gli amici. Tornavamo a casa, svoltavamo rapidamente un boccone e già eravamo in campo. Giocavamo ogni santo giorno, senza limiti, fino a quando l’oscurità o le grida dei genitori ci costringevano a tornare a casa. Sfiniti. Stanchi…”.

Faceva parte della squadra del suo paese? “All’inizio no, erano partite tra amici. E io organizzavo le convocazioni. Prendevamo un foglio, disegnavamo un palo con la bandiera dell’Italia e sotto c’erano le due squadre con le formazioni, ma i nomi erano sempre gli stessi. La chiamata era alle due e mezza e chi non arrivava in orario non giocava. Non avevamo scarpe da calcio, usavamo i mocassini. Chiunque portasse il pallone giocava sempre, ma se non era abile finiva in porta per causare meno danni. In realtà però era difficile stabilire chi fosse il più bravo, cercavamo sempre di stare nella stessa squadra di chi fosse più imponente perché incuteva più timore…”.

Qual è l’insegnamento che ha portato con sé per tutta la vita? “Un tempo ti insegnavano l’umiltà, a giocare per il bene degli altri, per la squadra. Non era concesso a nessuno volare troppo in alto. Con quei allenatori lì, bisognava mantenersi colli piedi per terra. Era una scuola di calcio… e di vita. In piccolo c’erano tutti i valori e le regole che rimangono valide per sempre. Per me è stato così”

Le capita mai di andare a vedere qualche partita di giovanotti? “Ci sono andato una volta per una partita di mio figlio e mi è bastato. Ho assistito a una scena brutale: genitori che litigavano per una situazione di gioco banale. Sono scappato e mi sono ripromesso di non tornarci più. Una volta i genitori non potevano permettersi di alzare la voce. Nemmeno con il proprio figlio. Oggi penso che manchi una sana educazione sportiva e troppo spesso i genitori sugli spalti fanno cose peggiori dei figli in campo”.

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