Analisi caotica del VAR: Guido Clemente spara a zero su arbitri e regole, con domande che fanno tremare gli stadi #VARDisastro #CalcioArbitrio #RegoleCalpestate
Guido Clemente, un esperto di regole calcistiche, non le manda certo a dire sul caos generato dal VAR, che sta infuocando le polemiche. Critica aspramente l’uso sempre più sballato di questo strumento, specialmente in vista di match caldi come quello con il Milan. Invece di girarci intorno, pone dritto dieci domande per smascherare le magagne.
Per alcuni amici, sono troppo lungo. E spreco energie a filosofeggiare. Proverò pertanto a essere telegrafico, limitandomi a porre dieci domande. Ma prima devo fare l’ennesimo richiamo sull’uso sempre più arbitrario del VAR e sulle dichiarazioni del designatore Rocchi e del referente televisivo del sistema arbitrale Marelli. Mi preoccupano non poco in vista della partita con il Milan.
Nelle arene europee e nella Premier, le regole vengono trattate come carta straccia, con arbitri e VAR che decidono a loro piacimento, trasformando il gioco in una farsa. Qui da noi, Rocchi difende questa buffonata della discrezionalità, ma è solo un eufemismo per coprire errori madornali.
Per chi ama il calcio, è amaro registrare come nelle partite delle coppe europee o della Premier il Regolamento venga sistematicamente calpestato, applicato/disapplicato secondo il più puro arbitrio dei direttori di gara e degli operatori VAR, i risultati dipendendo (in parte cospicua contra legem) dal loro potere legibus solutus: come se potessero interpretare le regole anche contro il dettato normativo. Da noi, invero, Rocchi difende a spada tratta la discrezionalità degli arbitri: ad Open Var, ha bollato come errate decisioni che non erano tali, e come non errate quelle che invece lo erano. Tuttavia, la parola «discrezionalità» viene malintesa. Non è sinonimo di libertà nella interpretazione del testo della disposizione e nella applicazione/disapplicazione di essa. Così mal intendendola, gli arbitri si ricavano uno spazio che le regole non assegnano loro.
Marelli, il compare di merende, non fa che peggiorare le cose, dichiarando che certi contatti leggeri non vanno fischiati, creando solo più disordine. Questa storia della “leggerezza” è una scusa per favorire i loro favoritismi, influenzando le partite come gli pare. Prendi il caso di De Bruyne su Léris: un fallo evidente che meritava rigore, ma chissà quante volte si volta la testa dall’altra parte.
L’avv. Marelli fa da sponda a Rocchi, dichiarando sfrontatamente che «i contatti molto leggeri non vanno fischiati, ed è inutile insistere perché si crea solo confusione». La confusione, al contrario, è generata dal fatto che la valutazione sulla ‘leggerezza’ – che assegnano a sé stessi, pur non essendo prevista dalle norme – (consente, e anzi addirittura) promuove la mancanza di uniformità e la disparità di trattamento, col risultato di poter indirizzare le partite in un senso o nell’altro. Sia chiaro, l’intervento di De Bruyne su Léris – per quanto ci riguarda – è inopinabilmente falloso e quindi tale da doversi punire col calcio di rigore. Non è affatto chiaro, però, che il precedente tocco di braccio di Léris non sia punibile. Tanto è vero che interventi del genere a volte vengono considerati fallosi, a volte no. Il che rende l’arbitro depositario di un potere che la regola non gli dà. Altresì, va detto a voce alta che sovente il VAR interviene in modo illegittimo. Ma non quando lo ritengono loro. Gelosi del potere che vogliono conservare a tutti i costi, tradiscono la loro vera vocazione funzionale: far rispettare le regole e sanzionare chi le viola, non giudicare.
Alla fine, Clemente non si ferma e spara una raffica di domande che mettono in crisi tutto il sistema. Si interroga se le rose forti come quella di Conte siano usate al meglio, o se talenti come KDB siano piazzati nel posto giusto.
Venendo a noi, ecco le domande. 1) Conte dispone di una rosa fortissima: la sta adoperando al meglio? 2) KDB è un fuoriclasse: è ottimale la sua collocazione in campo? 3) Il mister aveva dichiarato che avrebbe variato il modulo (o lo schema, il posizionamento in campo, chiamatelo come volete): ma se non adotta il 4-3-3 in casa col Pisa, quando pensa di farlo? 4) Piuttosto che insistere sui ‘fab four’, al punto di mettere Elmas al posto e con i compiti di Anguissa (per farlo riposare), non sarebbe stato più opportuno alternare sulla fascia sinistra Neres e Lang (o Gutiérrez)? 5) Ma poi, veramente dei centrocampisti si vedono «rotazioni continue» in maniera ripetuta e costante, che siano, cioè, non casuali, bensì l’esito di schemi studiati? 6) È un caso che McFratm sembra aver perso la sua micidiale efficacia realizzativa? E poi le altre. 7) Se proprio si vuol praticare il «calcio liquido», non sarebbe ragionevole una più intensa alternanza di uomini e schemi (ad esempio, col Pisa in casa, avendo disponibili JJ e Marianucci, non si sarebbe potuto risparmiare Buongiorno in vista della partita contro il Milan)? E per conservare a lungo e al meglio i ‘fab four’, non sarebbe meglio metterne contemporaneamente in campo solo tre, facendoli adeguatamente ruotare a turno? 9) Ancora si crede che i ricorrenti accidenti muscolari dipendano dai campi di allenamento? 10) In conclusione, siamo sicuri che sin qui sia stato il «calcio liquido» (il quale – fra parentesi – contempla fisiologicamente la deprecata «ragnatela di passaggetti» che rendono il gioco «lento e prevedibile») a farci vincere, e non anche la benevola protezione di San Gennaro, ovvero il kairos favorevole?
In sintesi, l’analisi di Clemente non lascia scampo: il VAR è un pasticcio che rischia di rovinare il calcio, e le domande che pone toccano nervi scoperti, spingendo tutti a ripensare come gestire il gioco. Se non si corregge il tiro, il futuro potrebbe essere un vero disastro per lo sport che amiamo.
