Il punto non è più l’errore arbitrale. Gli errori fanno parte del calcio, da sempre. Il punto è come vengono raccontati, giustificati e quasi normalizzati, trasformandosi nell’ennesima dimostrazione di una distanza ormai abissale tra chi dirige le partite e chi il calcio lo vive, lo paga e lo sostiene ogni domenica. Le parole pronunciate da Dino Tommasi, componente della Commissione arbitrale nazionale, dopo Atalanta BC – SSC Napoli, rappresentano l’ennesimo schiaffo alla credibilità del sistema.
Perché definire “errore di campo” un episodio che ha inciso direttamente sull’andamento della partita — e potenzialmente di un campionato — non è un’assunzione di responsabilità. È, piuttosto, una presa d’atto fredda, burocratica, quasi clinica. Come se tutto fosse normale. Come se nulla dovesse cambiare. E invece dovrebbe cambiare tutto.
Una casta intoccabile
Gli arbitri italiani continuano a muoversi come una casta autoreferenziale, impermeabile alle critiche e protetta da un sistema che negli anni ha costruito muri più che ponti con tifosi e società. Le spiegazioni arrivano giorni dopo, spesso attraverso programmi confezionati ad hoc — come Open Var su DAZN, realizzato con la collaborazione di Federazione Italiana Giuoco Calcio, Associazione Italiana Arbitri e Lega Serie A — dove tutto viene spiegato, analizzato e infine archiviato.
Ma archiviare non significa risolvere.
Dire che l’arbitro Marco Chiffi ha mantenuto una “soglia tecnica alta” salvo poi abbassarla nei momenti decisivi equivale ad ammettere che la gestione della gara è stata incoerente. E nel calcio moderno l’incoerenza pesa quanto — se non più — dell’errore.
Il gol annullato, con il contatto tra Rasmus Højlund e Isak Hien, diventa così l’ennesimo caso di interpretazioni variabili. Domenica dopo domenica cambia il metro arbitrale. Cambia il concetto di fallo. Cambia la soglia del contatto.
Quello che non cambia mai è chi paga.
Gli errori non sono uguali per tutti
La stagione in corso racconta una storia precisa. Errori distribuiti quasi ovunque, certo. Ma con un dato che salta agli occhi: alcune squadre sembrano attraversare il campionato indenni, mentre altre — e tra queste il Napoli — vengono colpite con una frequenza che non può più essere liquidata come semplice casualità.
Tra queste, guarda caso, non compare quasi mai l’FC Internazionale Milano, la squadra oggi considerata l’intoccabile del torneo.
E allora il sospetto diventa inevitabile.
Perché se una classifica senza errori arbitrali vedrebbe gli uomini di Antonio Conte a pochi punti dalla vetta, la domanda nasce spontanea: davvero si tratta solo di coincidenze?
A pensar male — diceva qualcuno — spesso ci si indovina.
Il Var non basta più
Il Var doveva eliminare le polemiche. Le ha moltiplicate.
La tecnologia interviene quando vuole, come vuole e soprattutto quando qualcuno decide che debba intervenire. Non esiste uniformità. Non esiste certezza. Non esiste trasparenza totale.
Il Var a chiamata, già sperimentato nel campionato di Serie C, potrebbe rappresentare una prima risposta. Ma sarebbe soltanto un cerotto su una ferita profonda.
Serve molto di più.
Servono arbitri realmente professionisti, responsabilizzati, valutati pubblicamente. Serve chiarezza nelle interpretazioni. Serve un protocollo identico da agosto a maggio, indipendentemente dal nome stampato sulla maglia o dalla latitudine dello stadio.
Perché non può esistere un regolamento per le grandi del Nord e uno diverso per gli altri.
Il rispetto per chi paga
I tifosi sono quelli che tengono in piedi il calcio italiano. Biglietti, abbonamenti, diritti televisivi, merchandising. Senza di loro il sistema collassa.
Eppure sono sempre gli ultimi ad essere rispettati.
Gli arbitri sbagliano, ammettono l’errore e tutto finisce lì. Nessuna conseguenza reale percepibile. Nessuna responsabilità evidente. Nessuna trasparenza completa sulle valutazioni interne.
Così non si può andare avanti.
Ben vengano allora gli esposti, le denunce e perfino l’attenzione della magistratura sull’operato arbitrale. Perché quando la fiducia viene meno, è inevitabile che qualcuno chieda controlli esterni.
Il calcio italiano somiglia sempre più a un grande circo Barnum dove le regole cambiano a seconda dello spettacolo in programma.
E quando una squadra dà fastidio, quando diventa competitiva, quando osa avvicinarsi troppo ai vertici, la sensazione — sempre più diffusa — è che qualcuno preferisca tenerla a distanza.
E questo, nello sport, ha un solo nome: Barare.
Biagio Soldi
