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Il Genoa alla deriva e il calcio dei ricchi: una sconfitta che non è solo un risultato

La sconfitta con il Deportivo La Coruña è l'ennesimo campanello d'allarme per un Genoa senza identità: scelte tattiche discutibili, esordi forzati e la sensazione che il calcio moderno premi privilegi e bilanci più della passione. Il match col Napoli non è solo un impegno sportivo, ma una verifica sul rapporto tra società, allenatore e tifoseria.

Di Enzo Villa9 Agosto 2026 - 04:0712 ore fa 3 min di lettura
Il Genoa alla deriva e il calcio dei ricchi: una sconfitta che non è solo un risultato

Una sconfitta per 1-0 contro il Deportivo La Coruña in amichevole non è un dramma sportivo isolato: è un sintomo. Quando una squadra fatica a trovare un disegno di gioco, quando l’esordio di un giovane diventa più un esperimento che una scelta ponderata, e quando il centravanti lo fa Vitinha più per necessità che per strategia, il problema è strutturale. Il Genoa ha mostrato fragilità che non si sanano con la retorica del ritiro o con l’elogio degli sforzi: servono idee chiare, coerenza nelle scelte e una linea tecnica che sappia costruire identità, non aggiustamenti settimanali.

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La scelta del 3-5-1-1 di De Rossi ha qualcosa di comprensibile nel tentativo di mettere ordine, ma anche il sapore di un rattoppo. Schierare Vitinha come centravanti e lanciare l’esordiente Mitaj sono decisioni che possono avere senso solo se inserite in un piano coerente: qui sembrano più mosse d’emergenza. I tifosi, che pagano abbonamenti, trasferte e biglietti, hanno già mostrato insofferenza; non chiedono gesti eclatanti, chiedono rispetto per una maglia che non dovrebbe essere un laboratorio permanente. È legittimo che la pressione salga: il confronto con il Napoli si avvicina e non è un semplice test fisico, ma un esame sulla capacità del club di reagire.

Il bivio: identità del Genoa e logiche del calcio moderno

Questo appuntamento con il Napoli non è solo per De Rossi: riguarda tutta la filiera societaria. Da una parte c’è la responsabilità tecnica dell’allenatore che deve dimostrare di avere soluzioni, dall’altra c’è il modello di calcio che circonda le squadre italiane, fatto di privilegi, marketing e conti esibiti come argenteria. E qui entra anche la questione della spesa: se da un lato la critica al sistema è legittima, dall’altro i tifosi osservano come certe scelte economiche—e l’atteggiamento dei grandi proprietari—incidano sulla competitività. Se è vero che la passione conta, è altrettanto vero che senza adeguati investimenti le parole restano vuote.

Non sorprende che, in questi giorni, si parli anche di proprietà e priorità: c’è chi rimprovera i grandi manovratori del calcio per un approccio conservativo e chi invoca strategie più lungimiranti. Il tifoso medio, quello che si alza alle sette per andare a lavorare e che mette parte del suo stipendio per seguire la squadra, non sopporta la distanza tra il suo impegno e l’apparente leggerezza decisionale di chi guida il club. E mentre si discute di tattiche e moduli, resta la domanda più scomoda: quanti sacrifici deve fare la comunità sportiva perché dirigenze e modelli di gestione mantengano lo status quo?

Il Genoa ha bisogno di risposte concrete sul campo e di segnali chiari fuori dal campo. Una vittoria a tutti i costi non risolverebbe i problemi di fondo, ma perdere la bussola adesso significherebbe consegnare la stagione alla rassegnazione. Se il calcio moderno ha privilegio e memoria corta, allora i tifosi devono ricordarsi che chiedere coerenza e responsabilità non è nostalgia: è legittima aspettativa. E se serve, si ricorderanno anche di chi decide dove investire e dove no, a cominciare dalla torre d’avorio di Re Aurelio I.

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