“Napoli, un’isola contro la corrente: il silenzio assordante su Buongiorno”
In un calcio che sembra sempre più orientato a premiare solo alcune piazze e pochi privilegiati, il Napoli si trova ancora una volta a dover alzare la voce per farsi ascoltare. È incredibile come il giovane Alessandro Buongiorno sia rimasto relegato in panchina durante la sfida contro il Como, senza che nessuno dei grandi esperti di analisi avesse da dire qualcosa. Ci troviamo di fronte a una disparità che non è solo sportiva, ma anche culturale. Un modo di fare che continua a mantenere il Napoli in una dimensione di “fuori squadra”, come se gli azzurri non meritassero nemmeno il giusto riconoscimento.
Nella cronaca di quella partita, evidenti sono stati i segnali di un malcontento diffuso. I tifosi del Napoli, infuocati nel loro amore per la maglia azzurra, si sono chiesti come sia possibile che un giocatore talentuoso come Buongiorno non venga valorizzato, mentre altre compagini del Nord riescono a far brillare i loro prodotti anche se in panchina. È un paradosso che si ripete.
Perché, cari lettori, qui non stiamo solo parlando di una singola partita o di un singolo giocatore. Stiamo discutendo di un sistema che continua a penalizzare il Napoli e i suoi uomini. Le parole del direttore sportivo della Juventus, Fabio Paratici, che recenti insinuazioni abbiano alimentato, suonano ormai come un refrain che stanca e delude. Marotta che esclude il Napoli da qualsiasi gioco di mercato, o Peppino a Inter che minimizza il valore degli azzurri: un gioco regolare? O forse un’unione di intenti per mantenere inalterato un status quo che, evidentemente, va contro gli interessi del nostro club?
Il senso di campanilismo si fa sempre più forte, e le parole vengono usate per dividere piuttosto che per unire. I tifosi percepiscono ogni giorno di più questa disparità: da una parte il Napoli, che lotta con passione, e dall’altra una serie di dirigenti e piani alti che sembrano voler mantenere il club azzurro al margine. E quando Buongiorno, un esempio di talento che proviene dal vivaio, si trova in panchina, il senso di impotenza diventa quasi insopportabile. Non è solo una questione di formazione, è un’ingiustizia sportiva.
Con l’evidente disparità di trattamento, ci si chiede: chi davvero ha a cuore il futuro del calcio italiano? Le squadre che stanno sfruttando la propria influenza per mantenere le cose come sono, o undici calciatori che scendono in campo per rappresentare una città intera? Napoli merita di essere trattata con la stessa dignità e rispetto riservati ad altre società. Il calciomercato, le decisioni arbitrali e persino le scelte tecniche dovrebbero rendere giustizia a una storia ricca di successi.
Ma i tifosi del Napoli non si lasciano abbattere. Hanno sempre dimostrato grande resilienza e determinazione, e l’amore per la maglia azzurra resterà saldo, nonostante le ingiustizie. Il momento è adesso: è tempo di alzare la voce contro un sistema che sembra non ascoltare e non rispettare le ambizioni di un club che lotta con orgoglio.
In conclusione, i dirigenti e i media devono cominciare a dare una lettura più giusta e bilanciata non solo delle prestazioni, ma anche delle storie che ogni giocatore porta con sé. Altrimenti, l’unico messaggio che arriva è chiaro: il Napoli è solo un contorno, un’eccezione in un piatto già apparecchiato. Ma il nostro tifo e la nostra fede azzurra ci spingono a credere che ci sarà spazio per raccontare la nostra verità. I dibattiti su questi temi sono necessari; il Napoli deve essere parte intrinseca del grande gioco nel calcio italiano. Né più né meno.
