“Senza ultras non c’è partita, basta divieti!”: lo striscione della Curva A riaccende il dibattito prima di Atalanta-Napoli
La miccia si è accesa prima ancora del fischio d’inizio. All’esterno dello stadio, i gruppi della Curva A del Napoli hanno esposto uno striscione destinato a far discutere: “Senza ultras non c’è partita, basta divieti!”. Poche parole, ma sufficienti a riaprire una ferita mai davvero rimarginata nel calcio italiano: sicurezza contro passione, controllo contro tifo organizzato.
Il messaggio è chiarissimo. Per gli ultras, le continue restrizioni — trasferte vietate, limitazioni ai settori ospiti, controlli sempre più stringenti — stanno svuotando gli stadi della loro anima. Per le istituzioni, invece, le misure restano necessarie per prevenire tensioni e incidenti. In mezzo, come sempre, c’è il calcio.
La protesta: “State uccidendo il tifo”
Nel mondo ultras napoletano la sensazione è diffusa: si sta andando verso uno stadio sempre più “sterilizzato”, più vicino a un teatro che a una bolgia. Lo striscione è solo l’ultimo segnale di un malcontento che covava da tempo.
La tesi dei gruppi organizzati è semplice e, per molti tifosi, persino condivisibile:
senza il tifo caldo delle curve, lo spettacolo perde intensità
le trasferte vietate colpiscono anche chi non ha mai creato problemi
la repressione generalizzata rischia di punire una passione, non solo gli eccessi
E in effetti basta guardare certe partite giocate in settori ospiti semi-vuoti per capire che qualcosa, nello spettacolo, cambia davvero.
La posizione opposta: sicurezza prima di tutto
Dall’altra parte però c’è una realtà che non si può ignorare. Negli anni il movimento ultras è stato anche teatro di violenze, scontri e tensioni che hanno costretto prefetture e questure a intervenire con misure sempre più rigide.
Chi difende i divieti fa un ragionamento altrettanto netto:
- la sicurezza pubblica viene prima dello spettacolo
- gli episodi del passato giustificano la linea dura
- senza controlli, il rischio di degenerazioni resta alto
È qui che il dibattito si incaglia da anni, senza trovare una vera sintesi.
Un segnale che pesa
Lo striscione della Curva A non è un episodio isolato. È il sintomo di un clima crescente di frustrazione nel tifo organizzato, non solo a Napoli ma in tutta Italia.
Molti osservatori fanno notare un paradosso: mentre la Serie A cerca di vendersi come prodotto globale, gli stadi italiani rischiano di perdere proprio quell’atmosfera unica che li ha sempre resi riconoscibili nel mondo.
E la domanda, inevitabile, torna a galla:
si può avere sicurezza senza spegnere il tifo?
Il rischio di uno scontro permanente
Se le posizioni resteranno così rigide, il rischio è quello di un muro contro muro destinato a durare. Gli ultras non sembrano intenzionati a fare passi indietro sul piano simbolico. Le autorità, dal canto loro, difficilmente allenteranno la presa senza garanzie concrete.
Nel frattempo, ogni striscione come quello apparso prima di Atalanta-Napoli diventa benzina sul fuoco di un dibattito che divide tifosi, dirigenti e istituzioni.
Una cosa però è certa: il tema è tutt’altro che chiuso. E il calcio italiano, prima o poi, dovrà decidere che tipo di stadio vuole per il suo futuro.
