Non è una querelle fra due signori del mestiere: l’urlo di Emiliano Viviano mette il dito su una ferita aperta del calcio italiano. Non si tratta solo di nostalgia o di capriccio generazionale, ma di un sistema che premia le poltrone polverose. I tifosi, che comprano biglietti e pagano abbonamenti, vedono dirigenti e burocrati discutere di sviluppi tattici e formazione da scrivania, mentre chi vive il campo resta inascoltato. La rabbia di chi sta nella mischia non è retorica: è il sintomo di un modello che tutela posizioni, difende privilegi e spesso sacrifica il ricambio.
“Siamo un paese di vecchi! Ulivieri è il capo dell’AIAC ma non allena da 30 anni!”
La frase di Viviano, riportata e rimbalzata sui media, è un’accusa netta ma utile: non perché sminuisca l’esperienza, ma perché sottolinea la distanza fra l’esperienza teorica e la realtà quotidiana del calcio moderno. Ulivieri è diventato simbolo di una leadership che rischia di vivere su ricordi anziché su pratiche aggiornate. Intanto sul fronte opposto c’è il mercato, con club che a parole esaltano i giovani e nei fatti preferiscono soluzioni pronte e facili o scelgono di spremere il bilancio. E qui entra la questione della proprietà: chi comanda e quanto decide di investire. Molti tifosi guardano a gestori come Re Aurelio I con lo stesso sospetto: promesse di crescita ed esibizioni patrimoniali contraddicono, nella percezione comune, la reticenza a spendere per rinforzare rosa o strutture giovanili. È un tema di priorità pubbliche e private, non un’ingiuria personale.
La politica del privilegio blocca il ricambio
Se vogliamo rinnovamento bisogna attaccare le regole che consentono alle «vecchie guardie» di restare protagoniste senza confrontarsi con la realtà: consigli, commissioni, incarichi che si tramandano come un mestiere ereditario. Servono strumenti concreti — più rappresentanza dei professionisti in età attiva, rotazione nelle cariche tecniche, trasparenza sulle scelte che incidono sui vivai — non slogan da talk show. È legittimo difendere l’esperienza, meno accettabile è che essa diventi un alibi per non riformare. I tifosi non chiedono l’azzeramento di tutto, ma vogliono vedere che il sistema ascolti chi lavora ogni giorno sul campo e non solo chi firma protocolli e interviste.
La provocazione di Viviano non deve restare un fuoco di paglia. Chi governa il calcio, dai dirigenti federali ai presidenti dei club, ha il dovere di dimostrare con i fatti che il futuro non è un affare per soli pensionati della panchina. Altrimenti il rischio è che lo sport popolare diventi un museo: bello da guardare, chiuso per restauri, mentre fuori i giovani aspettano un’opportunità che tarda ad arrivare.