Rino Marchesi è morto oggi a Firenze, e con lui se ne va un pezzo della storia del calcio italiano, una di quelle figure che ha attraversato le panchine più prestigiose del nostro calcio, dall’Inter alla Juventus, passando per Udinese, Avellino e Como. Ma nel cuore di tanti, soprattutto dei tifosi partenopei, rimarrà sempre il suo legame con il Napoli, dove ha guidato gli azzurri in due importanti occasioni.
“Essere parte del Napoli non è solo un lavoro, è un onore”, diceva spesso a chi gli chiedeva del suo passaggio sulla panchina azzurra. Questo amore per la maglia è ciò che lo distingueva: non si trattava solo di tattiche o schemi, ma di passione pura, che i tifosi sanno riconoscere e apprezzare.
In un’epoca in cui il calcio è spesso ridotto a mero business, Marchesi rappresentava il contrario. Umano, genuino, mai banale: era in grado di trasmettere la sua grinta e la sua voglia di vincere. I suoi moduli, talvolta discutibili, sono stati riflesso di un’epoca complicata per gli azzurri, ma chi ha avuto la fortuna di seguirlo sa quanto cuore mettesse in ogni partita.
La sua scomparsa riaccende la discussione sui grandi allenatori del Napoli. Ci chiediamo: davvero stiamo valorizzando l’eredità di questi uomini che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della nostra storia? Le polemiche si sprecano, d’altro canto: ci sono quelli che dicevano che a Napoli gli allenatori non vengono mai capiti fino in fondo. Chi lo difende e chi lo critica. Ma è questa la bellezza del nostro calcio: il dibattito appassionato e acceso tra tifosi.
E mentre i social si riempiono di messaggi e ricordi, ci chiediamo se il Napoli possa realmente vivere una rinascita, o se, come taluni sostengono, abbiamo perso di vista ciò che significa essere parte di una comunità, di una squadra. A questo punto, ogni tifoso azzurro deve riflettere e, soprattutto, deve parlare. Cosa ne pensate voi?
