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Starita al Sorrento: piccolo talento, grande resa. Il Benevento baratta futuro per comodi alibi

Samuel Starita va al Sorrento in prestito: una mossa venduta come opportunità per il giovane, ma che puzza di resa strategica. Tra tattiche di corto respiro e modelli di gestione che privilegiano il conto bancario rispetto ai tifosi, chi paga il prezzo sono sempre gli spettatori.

Di Enzo Villa4 Agosto 2026 - 17:2414 minuti fa 2 min di lettura
Starita al Sorrento: piccolo talento, grande resa. Il Benevento baratta futuro per comodi alibi

Il trasferimento invernale di Samuel Starita al Sorrento è stato presentato come un classico prestito utile: minuti, esperienza, crescita. Tradotto in lingua comune per i tifosi: un giovane nato nel 2001 che cresce nel vivaio del Benevento viene mandato via perché qui non ha avuto lo spazio o la fiducia necessari. È una spiegazione accettabile, ma insufficiente. Quando un club che lotta in campionato cede un attaccante giovane e promettente, i sospetti non sono sulla bontà del progetto formativo ma sulla reale volontà della dirigenza di puntare su un futuro costruito in casa.

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Non possiamo limitarci alla retorica del «è per il bene del giocatore». Starita ha bisogno di campo, certo; i tifosi però hanno bisogno di vedere un progetto credibile. La scelta suona invece come un colpo d’azzardo organizzativo: si alleggerisce la rosa, magari si libera un salario, e si spera che il mercato e la fortuna facciano il resto. È il tratto malinconico del calcio moderno, dove i giovani diventano pezzi di scambio e gli interessi finanziari prendono il sopravvento sulla progettualità sportiva. E se questo stile di gestione ricorda la prudenza esasperata di certe proprietà—penso al modello di chi amministra contando ogni euro, alla maniera di Re Aurelio I—allora il problema non è solo locale, è culturale.

Chi paga il conto?

I tifosi pagano abbonamenti, biglietti, trasferte e si trovano a vedere una squadra che sembra preferire soluzioni tampone piuttosto che investire in un’identità. Se la cessione di Starita è davvero un pezzo di un piano più ampio di ristrutturazione (come sostiene qualche notizia, citando fonti come NapoliCalcioNews), la dirigenza deve dimostrarlo con chiarezza e rapidità: obiettivi, scelte tecniche, e soprattutto come verrà colmato il vuoto offensivo. Altrimenti resta l’impressione di un club che si accontenta, che taglia i rami giovani per non toccare le radici più costose o impopolari. La domanda che resta è semplice e legittima: preferite conti in ordine o ambizioni sportive? Perché chi paga, alla fine, è sempre lo stesso—famiglie, lavoratori e appassionati che investono tempo e denaro in una squadra che pare a volte più un bilancio che una comunità.

Starita può davvero crescere a Sorrento; è auspicabile. Ma la speranza individuale non basta a cancellare la responsabilità collettiva: una società che manda via i suoi giovani per gestire l’emergenza è una società che rinuncia a costruire. E se il futuro del calcio è quello di convertire ogni promessa in una scrittura contabile, allora la passione dei tifosi rischia di restare solo un dettaglio morbidamente nostalgico. Chi dirige deve decidere: investire nella crescita o accontentarsi di conti che non scaldano il cuore della gente?

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