Il centenario del Napoli è stato vissuto come una festa pubblica, fatta di bandiere, cori e ricordi che partivano da Piazza Carità per arrivare al cuore della città in Piazza Plebiscito. Eppure, mentre i tifosi facevano il loro dovere emotivo — portando il peso di cento anni di storia sulle spalle e sulla voce — le istituzioni hanno scelto il silenzio. Secondo i resoconti dell’evento, il sindaco e il prefetto non erano presenti: non una dimenticanza banale, ma uno schiaffo simbolico a chi il calcio lo vive come parte dell’identità quotidiana di Napoli. Se la politica crede che basti sventolare lo stemma quando conviene, la città ha imparato a distinguerne il valore reale dalle passerelle pubblicitarie.
Chi segue il calcio moderno lo sa: i club sono diventati fabbriche d’immagine e ricchezza, e la dirigenza fa la sua parte in quel teatro. Tuttavia lo spettacolo non può sostituire la responsabilità civica. La presenza istituzionale non è solo un selfie o un comunicato stampa; è un riconoscimento pubblico di ciò che lega intere generazioni. Quando la politica si defila nelle occasioni simboliche, dà per scontato che la passione popolare sia una risorsa da sfruttare e non un patrimonio sociale da rispettare. E se la società civile del pallone è spesso accusata di essere vetrina e business, la controprova è vedere le autorità assenti proprio quando la città si ricompone attorno a un evento che trascende lo sport.
Chi ha disertato la festa e perché?
Secondo i reportage, il sindaco e il prefetto non hanno partecipato alla celebrazione; una decisione che apre più interrogativi che giustificazioni. Non è nostra intenzione insinuare retroscena, ma chiamare le cose col loro nome: l’assenza istituzionale in un momento così visibile somiglia più a una scelta politica che a un contrattempo. È facile essere presenti quando serve promuovere un’immagine positiva della città; è molto più difficile assumersi la responsabilità di condividere e difendere simboli popolari anche quando ciò richiede un atto di umiltà. Nel frattempo, la dirigenza — dalla proprietà fino ai manager — continua a sfilare tra eventi e sponsor; e, se vogliamo essere equi, anche quella rappresentanza privata meriterebbe maggior dialogo con le istituzioni invece di cavillare su orari e protocolli.
Alla fine non si tratta solo di una mancanza formale: è una questione di priorità pubbliche. Per le famiglie che pagano abbonamenti, per i lavoratori che fanno trasferte e per i pensionati che portano i nipoti allo stadio, il calcio è qualcosa di più di intrattenimento. È memoria collettiva, economia locale e cemento sociale. Se le autorità vogliono restare credibili, devono smettere di considerare il tifoso come un pubblico da pacificare e cominciare a trattarlo da cittadino a pieno titolo. Altrimenti la prossima volta che ci sarà un appuntamento che segna la città, la risposta sarà sempre la stessa: applausi in piazza e vuoto nei palazzi.