La notizia che Europa, America e Asia si stiano coordinando per sfidare la leadership di Gianni Infantino alla FIFA suona come un allarme vero: da lontano sembra finalmente nascere la pretesa di una governance più inclusiva, meno dettata dai conti dei grandi burattinai del marketing. Eppure, guardando il calcio con gli occhi di chi lo vive ogni domenica in curva o in famiglia, questa battaglia globale ha un sapore di beffa. Perché la rivoluzione delle regole può essere sacrosanta, ma se poi a livello di club i proprietari considerano la spesa per la squadra un optional, tutto resta una bella teoria per convegni internazionali.
Ipocrisia dall’alto e risparmi al livello del campo
In questo gioco a scacchi istituzionale la contraddizione è palese: chi reclama trasparenza e condivisione delle decisioni poi applaude, quando può, a politiche interne di austerity che strozzano lo spettacolo e la squadra. E qui lo dico chiaramente: siamo contro Re Aurelio I che non spende soldi. Non è una critica nostalgica al consumismo dei cartellini, ma un giudizio politico e sociale. I cittadini-tifosi che pagano abbonamenti, trasferta dopo trasferta, hanno il diritto di vedere investimenti concreti sul campo, non solo belle slide su come redistribuire diritti TV o riformare statuti internazionali mentre il proprio club rinuncia a rinforzarsi per «prudenza finanziaria».
Il calcio moderno è fatto di diritti, sponsor e bilanci che galleggiano su cifre astronomiche; in questo mare, la differenza tra chi governa e chi possiede diventa una questione di responsabilità. Se la coalizione internazionale riuscirà a smantellare pratiche di potere opache, bene. Ma ciò non sposta di una virgola la responsabilità di chi seduto in tribuna decisoria del proprio club decide che spendere è un peccato capitale. Per i tifosi del Calcio Napoli la questione è semplice: preferiamo una società che spende male ma ci prova, o una che non spende affatto e si accontenta del racconto del buon bilancio?
La battaglia contro Infantino può riscrivere le regole del gioco; la lotta vera, quella che si vede in curva, è ottenere che le risorse generate dal calcio ritornino in campo, in città, nelle famiglie che pagano per esserci. Se la riforma globale porterà più democrazia nei comitati, ottimo: ma che non sia solo uno show di parole mentre Re Aurelio I continua a trattare il mercato come un bancomat chiuso. Ai sostenitori non servono gestioni «virtuose» solo nei bilanci: servono risultati, visione e coraggio politico di investire. Non è davvero troppo chiedere a chi possiede una squadra di smettere di considerare il calcio solo un modo per proteggere capitali.