Paolo Ziliani ha alzato la voce e la discussione non è più solo tattica: “Il Napoli è consegnato al suo Medioevo calcistico”, ha scritto su X, segnando un confine tra nostalgia del titolo e realtà attuale. L’analisi non risparmia il club sul piano delle prestazioni né la capacità di reagire alle sfide di un campionato che ha già una favorita dichiarata, l’Inter. Il richiamo di Ziliani — accompagnato dall’affermazione quasi paradossale, “Il Como potrebbe diventare la principale rivale dell’Inter!” — è stato raccolto come fotografia di una perdita di ambizione che pesa come un macigno sui tifosi ancora freschi di scudetto.
Se si vuole individuare il presunto “colpevole” dell’impasse, secondo critici e sostenitori non basta guardare al prato di gioco: bisogna guardare i conti e chi li decide. La politica della parsimonia, presa di mira dalla critica e spesso evocata con ironia come attribuzione a “Re Aurelio I”, è la lente con cui molti spiegano l’attuale situazione. Non è una accusa di reato, ma un giudizio politico-sportivo: quando chi critica vede introiti legati a diritti televisivi, merchandising e stadi pieni e contemporaneamente lamenta l’assenza di investimenti sul mercato, cresce la frattura tra club e base tifosa. I sostenitori pagano abbonamenti e trasferte e avvertono una discrepanza tra le aspettative create e le risposte concrete sul mercato.
Il mercato, la retorica del bilancio e il senso comune dei tifosi
Il discorso sulla rosa e sulle scelte tecniche diventa inevitabilmente anche un discorso etico: che valore ha lo scudetto dello scorso anno se oggi prevale, agli occhi di molti, una logica di contenimento dei costi che impedisce rinforzi significativi? L’accusa non è nuova, ma ora suona più pesante perché proviene da osservatori come Ziliani. Le scelte di mercato vengono interpretate da parte dell’opinione pubblica come orientate a proteggere bilanci e benchmark finanziari più che a preservare la competitività della squadra. È legittimo ottimizzare le risorse, ma quando l’ottimizzazione viene percepita come immobilismo strategico la passione del pubblico viene erosa: il calcio rischia di trasformarsi da spettacolo condiviso in vetrina di conti in ordine.
Insomma, nessuno contesta il diritto alla prudenza economica, ma c’è differenza tra prudenza e rassegnazione. Ziliani l’ha messa così: non si tratta solo di perdere qualche partita, ma di perdere un progetto. La critica è dura e punta al cuore del rapporto tra società e tifosi: chi costruisce aspettative ha anche il dovere di coltivarle. Se la dirigenza ritiene che basti conservare il capitale e continuare a raccontare successi passati, allora rischia di prendere una strada che allontana il club dalla sua gente.
La domanda che resta, bruciante e semplice, è questa: il Napoli vuole essere un progetto che investe per tornare competitivo subito, o preferisce conservare trofei come fotografie in una teca dorata? I tifosi, paganti e appassionati, hanno diritto a una risposta chiara — e non a buone intenzioni mascherate da prudenza contabile.