Il trionfo di Davide Ancelotti con il Lille è un campanello d’allarme: la Società Sportiva Calcio Napoli (SSC Napoli) deve accelerare sul progetto del Centro Sportivo di Monteruscello.

Non è solo una questione di orgoglio. L’ex allenatore azzurro, oggi in cima alla Ligue 1, è la dimostrazione concreta di come la carriera di tecnici e giovani talenti possa decollare se nutrita nel contesto giusto. Per Napoli questo significa guardare oltre il Centro Tecnico di Castel Volturno: che resta fondamentale, ma da solo non basta per reggere la competizione europea e arginare la fuga di figure di qualità verso club con strutture all’avanguardia.

Le parole dell’assessore cittadino, che ha parlato della disponibilità a “fare i salti mortali” coinvolgendo anche la proprietà, dicono che la spinta politica c’è. Ma fra dichiarazioni e cantieri mediatici passa il tempo in cui un allenatore o un giovane prospetto può decidere che altrove ci sono condizioni migliori per lavorare e crescere. Un Centro Sportivo a Monteruscello, concepito come hub integrato per prima squadra, settore giovanile e squadra femminile, non è un capriccio: è infrastruttura produttiva e strumento di retention.

Di che cosa parliamo concretamente? Di alloggi per gli academy player, di campi con superfici multiple, di laboratori per la preparazione atletica e la medicina dello sport, di spazi per l’analisi dati e la riabilitazione. Sono dettagli operativi che trasformano un talento in una carriera all’interno della stessa città. Senza queste risorse il Napoli rischia di vedere ripetuti esempi di successo formativo andare a valorizzarsi altrove, con conseguenze che si misurano sia sul campo sia nel bilancio.

La tifoseria merita che la squadra resti competitiva in Serie A e in Europa; per farlo serve visione immediata, non solo slogan. Se la volontà politica e l’investimento privato – dentro cui il presidente ha un ruolo decisivo – sapranno convergere, Monteruscello può diventare la risposta concreta all’uscita di Davide Ancelotti dal progetto partenopeo. Altrimenti il rischio è perdere non solo singoli professionisti, ma anche la capacità di costruire una cultura sportiva capace di durare nel tempo. E in una città che vive di passione, questo sarebbe un lusso che non ci si può permettere.