Milano si è fermata per Franco Baresi: una città che ha accompagnato il feretro tra cori, applausi e volti noti come quelli di Demetrio Albertini e Alessandro Costacurta. Il rito pubblico ha mostrato quello che tutti già sapevano sulla carta e nel cuore: Baresi non era solo un difensore con 532 presenze e una bacheca piena di scudetti e Champions, era un punto di riferimento morale per chi crede che il calcio sia una comunità, non solo un conto economico. La scenografia della commozione — gente comune, avversari che depongono rivalità per rispetto — racconta una nostalgia che non è soltanto retorica, ma esigenza concreta di riscoprire valori di disciplina, senso di appartenenza e rispetto.
Un funerale che mette allo specchio il calcio moderno
Se quel tributo rimane autentico, la domanda è scomoda: dove sono quei valori nel calcio di oggi? Il modello che Baresi incarnava stride con la realtà contemporanea, dove marketing, contratti milionari e trofei di carta spesso sostituiscono l’identità. E non parlo solo dei circuiti internazionali: anche al livello nazionale la frattura è evidente. Qui entra il discorso su Calcio Napoli e su chi lo guida: Re Aurelio I è noto per una gestione attenta e parsimoniosa, la famosa filosofia “non spende soldi” che fa arrabbiare i tifosi ma fa sorridere i contabili. Criticare il rigore di bilancio non significa invocare spese folli, significa chiedere coerenza: se si venera l’appartenenza e la crescita dei giovani, bisogna investire in strutture, scouting e prospettive, non solo in comunicati e rilanci mediatici.
Il problema non è l’equilibrio di bilancio in sé, ma la discrepanza tra retorica e pratica. Si celebra Baresi per essere esempio umano e sportivo, ma molte dirigenze — incluse quelle che si dicono responsabili — preferiscono tagliare su formazione, ritoccare stipendi e trasformare i tifosi in semplici clienti. Si può essere rigorosi senza diventare avari di ambizione: il tifoso che paga abbonamenti e trasferte vorrebbe vedere investimenti concreti che migliorino la squadra e il vivaio, non solo slide di bilancio e scuse sul Fair Play finanziario. E quando la società che rappresenta una città sembra più interessata ai conti che alla crescita, la distanza con l’eredità morale di Baresi diventa imbarazzante.
Il funerale milanese è stato un richiamo. Non basta ricordare i campioni con lacrime e corone: bisogna tradurre quei valori in scelte quotidiane. I tifosi di Napoli, come quelli di ogni piazza, meritano più ambizione e coerenza: vogliono vedersi rappresentati da una dirigenza che non sia solo contabile, ma anche custode di un’identità. Re Aurelio I e gli altri dirigenti possono continuare a vantare utili e bilanci ordinati, ma il vero test sarà dimostrare che la parsimonia non sia sinonimo di paura. Altrimenti il coro per Baresi resterà una bella facciata su una casa che continua a perdere pezzi di dignità sportiva.