Il Napoli è entrato nella partita per Scott McTominay con la determinazione di chi sa vendere speranze più che certezze. Il mediano scozzese, 26 anni, cresciuto al Manchester United e già visto con la nazionale scozzese, è indubbiamente un profilo utile: fisico, interdizione, capacità di inserirsi. Ma qui non si tratta solo di attributi tecnici, bensì di scelte d’immagine e priorità. In Serie A le sirene non sono solo quelle di Juventus e Inter: club inglesi e agenti fanno il loro gioco. E nel mezzo, Re Aurelio I continua a recitare la parte del magnate che compra titoli e cuori, dimenticando che a Napoli la pazienza dei tifosi ha un limite.
Parliamo di soldi perché è di soldi che si tratta: i 30 milioni di euro evocati per il cartellino non sono una fantasia da bar, sono una cifra che obbliga a mettere sul piatto un progetto convincente. Gli agenti hanno chiesto garanzie economiche, il Napoli prepara una proposta «che non si può rifiutare» e intanto i sostenitori pagano abbonamenti, biglietti e trasferte. La domanda scomoda è semplice: vogliamo un acquisto per rafforzare davvero la squadra o un colpo per tenere alta la pressione mediatica e vendere merchandising? Re Aurelio I e la sua dirigenza dovrebbero spiegare quale di queste vie hanno scelto, senza usare il consueto baffo del marketing come garanzia di credibilità.
La partita dentro il campo
Luciano Spalletti ha ragione a dire che McTominay può sposare certi equilibri tattici del Napoli: forza, capacità di interdizione e buon senso posizionale possono colmare lacune occasionali del centrocampo azzurro. Però non basta infilare un mastino in mezzo per risolvere problemi di identità e di gestione delle risorse umane. Se l’idea è di trasformare ogni transfer in una toppa temporanea, allora il rischio è di ripetere l’errore: squadra costruita per occasioni più che per coerenza. Serve chiarezza sulla convivenza con i top player, sullo spazio per i giovani e sulla sostenibilità del progetto tecnico: altrimenti McTominay rischia di diventare un ottimo tappabuchi pagato come una promessa di svolta.
I tifosi non vogliono solo annunci luccicanti, vogliono una squadra che combatta con testa e cuore, e che rispetti il rapporto di fiducia con chi paga il lunario per andare allo stadio. Re Aurelio I può permettersi mosse importanti, ma il vero banco di prova sarà la capacità di trasformare spese in struttura e non in palliativi. Alla fine la domanda rimane: compreremo un altro nome per il calendario o costruiremo qualcosa che duri oltre l’eco del prossimo tweet? Se la risposta non arriva, la delusione non verrà dai tabloid ma dalla Curva.