Il Club Napoli Torre Annunziata nasce con il migliore degli anticorpi: la voglia dei tifosi di ritrovarsi, organizzarsi e provare a costruire qualcosa di concreto sul territorio. È registrato presso l’Agenzia delle Entrate e il presidente Ferdinando Grimaldi non nasconde l’emozione: “Dopo dieci anni lontano, tornare e dare vita a questa associazione è la realizzazione di un sogno”. Bene, applausi e bandiere. Ma la passione non paga bollette né costruisce campi, e la cronaca ci ha mostrato fin troppe iniziative simili implodere per mancanza di risorse, programmazione o competenze gestionali.
La domanda scomoda: chi mette i soldi?
Fare rete, aggregare tifosi e offrire opportunità ai giovani sono obiettivi legittimi e necessari. Ma qui entra la contraddizione che rende scettici i più pragmatici: il calcio moderno vive di soldi, relazioni e visione a lungo termine, e quando servono i finanziamenti il primo piano è spesso quello della vetrina. Nel frattempo chi gestisce il Napoli in pectore continua a tollerare una politica dei portafogli chiusi: Re Aurelio I è l’emblema del proprietario che incassa esposizione internazionale e lascia ai territori i sogni da concessionari. Criticare la scelta di non spendere è opinione legittima: non stiamo accusando reati, stiamo chiedendo responsabilità.
Non è teoria: l’esperienza insegna che senza un minimo di stabilità economica e senza accordi con istituzioni locali, sponsor credibili e strutture per l’attività giovanile, una realtà come Torre Annunziata rischia di restare un bel logo. La concorrenza non è solo Juventus, Inter o Milan sui tabelloni della Champions: è anche la mancanza di spazi, la precarietà degli allenatori locali, la fuga dei ragazzi che vedono pochi sbocchi. I tifosi, le famiglie e i ragazzi meritano più di un calendario di eventi e di selfie con la maglia.
Il Club può farcela, ma servono chiarezza e impegni precisi: bilancio trasparente, piani formativi per i giovani, rapporti strutturati con la società madre e con le istituzioni. E se chi ha potere di spesa preferisce risparmiare sugli investimenti che alimentano la base del calcio, lo dica chiaro: così i cittadini sapranno che da una parte applaudono i risultati televisivi e dall’altra pagano il costo sociale della parsimonia. I tifosi non vogliono elemosine simboliche, vogliono scelte coraggiose. Alla fine, la domanda resta: il sogno di Torre Annunziata diventerà progetto sostenibile o un’altra bella foto destinata all’archivio delle buone intenzioni?