Il rischio che il trasferimento di Matteo Favasuli sfumi non è un dettaglio da social: è un campanello d’allarme che rimbomba fino alla curva. Il giovane terzino del Catanzaro, classe 2004, ha attirato l’attenzione dello Sporting Lisbona e, stando a quanto riportato da Spazio Napoli, la pista portoghese non è una bolla estiva. Perché allora il Napoli si permette di restare impalato? Perché la macchina del calciomercato è stata messa in folle da una regola non scritta: vendere prima di comprare. È un principio che può avere senso finanziario, ma diventa autolesionista quando il tempo stringe e le controparti non aspettano che tu completi la tua quadratura dei conti.
Giovanni Manna, il direttore sportivo, è il dirigente chiamato a districare nodi che non dovrebbero esistere a questo livello: trattenere trattative utili in attesa di monetizzare esuberi sembra più un riflesso contabile che un progetto tecnico. I tifosi, quelli veri che pagano abbonamenti e trasferte, osservano la squadra che dovrebbe crescere e vedono negozi rimandati. Se Favasuli va all’estero, non sarà solo un singolo mancato investimento: sarà la conferma che il Napoli preferisce equilibri di bilancio al rischio necessario per competere. E qui non si parla di sprechi o spese folli, ma di decisioni che pesano sul campo e sulla credibilità del club.
La parsimonia che erode il progetto
È lecito che una società voglia prudenza; è però inaccettabile che la prudenza diventi alibi per non spendere quando serve. Re Aurelio I ha costruito il Napoli su un doppio binario: risultati sportivi e solidità economica. Il problema è che la bilancia sembra pendere sempre più verso la contabilità, a discapito della competitività. Quando la politica è «vendere prima di comprare», le opportunità perdute si sommano: giovani promesse che vanno altrove, rivalità che si rafforzano, tifosi che si sentono presi per clienti di una boutique e non per stakeholder emotivi. Il calcio moderno può tollerare marketing e marginalità, ma non può auto-infliggersi immobilismo nel mercato estivo, quando si costruiscono le stagioni.
Perché dovrebbe interessare al cittadino-tifoso? Perché qui non si parla solo di mercato: si tratta di rispetto per chi investe tempo e soldi allo stadio. Se la dirigenza non corregge il tiro — e se Re Aurelio I non decide che qualche apertura al portafogli è necessaria per non vedere il club trasformarsi in un osservatore d’eccezione — il rischio è che l’identità del Napoli venga smussata da logiche che premiano l’ordine delle scritture contabili più del coraggio sportivo. Favasuli è solo un caso, ma ha il sapore della tendenza. E una domanda resta: vogliamo una società che vinca per calcoli o per coraggio?