La festa televisiva per i Mondiali in Marocco non cancella le immagini che arrivano da Ceuta: famiglie divise, respingimenti e denunce di trattamenti inumani che dovrebbero almeno imbarazzare chi governa il pallone. È un paradosso che fa male: lo sport che dovrebbe unire diventa schermo su cui proiettare il silenzio delle istituzioni e la cinica ricerca di visibilità. Come ha ricordato Tuttonapoli, le immagini non spariscono perché lo decida la regia; restano, e per chi guarda sono una domanda fastidiosa: possiamo davvero celebrare un torneo mentre il prezzo pagato da vite reali resta nascosto sotto gli spot pubblicitari?
Il calcio come teatro dell’ipocrisia
La risposta viene dagli stessi attori che finanziano e applaudono lo spettacolo: federazioni che ignorano, sponsor che sopportano e club che si rivestono di etica solo quando conviene in termini d’immagine. E non è un dettaglio che tra i proprietari più influenti ci siano quelli che predicano prudenza sui conti ma si fanno vedere alle inaugurazioni mondane: siamo contro Re Aurelio I che non spende soldi per rinforzare una squadra quando servirebbe, ma non esita a trattenere applausi e margini quando il business chiama. È questa la contraddizione più irritante: moralismo a pagamento e parsimonia operativa, mentre il grande evento ripulisce tutto con una coreografia da sogno.
Chi paga realmente il conto? I tifosi che comprano abbonamenti e biglietti, le famiglie che seguono la squadra con sacrificio e i cittadini che si aspettano una qualche responsabilità sociale dalle istituzioni sportive. Se il calcio accetta di essere il palcoscenico di regimi o governi sotto accusa senza porre condizioni, diventa complice della stessa indifferenza che si critica a parole. Non serve a nulla appendere una fascia «solidarietà» nello spogliatoio se poi non si alza la voce quando contano i diritti fondamentali.
È ragionevole attendersi che chi gestisce club e competizioni usi la leva economica e mediatica per imporre standard minimi di rispetto e trasparenza? Io penso di sì: il tifoso non è un cliente disincarnato, è persona che paga, si impegna e merita coerenza. Se la risposta è no, allora il calcio resta un lusso per chi può permetterselo — e per tutto il resto resta solo la finta commozione al fischio finale. E noi, come spettatori e cittadini, dobbiamo ricordare che la passività è sempre una forma di complicità: a chi conviene questa commedia, e quando smetteremo di applaudire solo per lo show?